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	<title>Orith Youdovich</title>
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		<title>(INCONTRO) COSA DEVO GUARDARE. Presentazione del libro. Omaggio ad Antonioni. MiCamera, Milano</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2012 15:43:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Orith</dc:creator>
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		<description><![CDATA[7 giugno 2012 &#8211; Ore 19.00 MiCamera.InMovimento MiCamera &#8211; photography and lens-based arts via Medardo Rosso 19, Milano / Tel. 02.45481569 &#160; OMAGGIO ad ANTONIONI Quest’anno ricorre il centenario dalla nascita di MICHELANGELO ANTONIONI. In occasione della presentazione del libro “COSA DEVO GUARDARE – Riflessioni critiche e fotografiche sui paesaggi di Michelangelo Antonioni”, di Maurizio G. De Bonis e Orith Youdovich (edito da Postcart Edizioni, Roma), MiCamera.InMovimento dedica una serata al maestro ferrarese. I due autori del volume condurranno la serata affrontando il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.orithyoudovich.com/wp-content/uploads/2012/05/micamera_in_movimento.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-255" title="micamera_in_movimento" src="http://www.orithyoudovich.com/wp-content/uploads/2012/05/micamera_in_movimento.jpg" alt="" width="360" height="91" /></a>7 giugno 2012 &#8211; Ore 19.00</p>
<p>MiCamera.InMovimento<br />
MiCamera &#8211; photography and lens-based arts<br />
via Medardo Rosso 19, Milano / Tel. 02.45481569</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>OMAGGIO ad ANTONIONI</strong></p>
<p>Quest’anno ricorre il centenario dalla nascita di MICHELANGELO ANTONIONI.</p>
<p>In occasione della presentazione del libro “COSA DEVO GUARDARE – Riflessioni critiche e fotografiche sui paesaggi di Michelangelo Antonioni”, di Maurizio G. De Bonis e Orith Youdovich (edito da <a href="http://www.postcart.com/libri-dettaglio.php?id=73&amp;c=" target="_blank">Postcart Edizioni</a>, Roma), MiCamera.InMovimento dedica una serata al maestro ferrarese.</p>
<p>I due autori del volume condurranno la serata affrontando il cinema di Antonioni attraverso un’approfondita analisi della poetica e dello stile visuale del regista, si prenderà in esame la sua filmografia, partendo da “Il deserto rosso&#8217;, in particolare dalla sequenza che ha dato avvio alla riflessione critica e fotografica per l’ideazione e la realizzazione dell’opera editoriale presentata, anche con proiezioni di immagini (pubblicate sulla stessa) di Orith Youdovich. Uno studio su Michelangelo Antonioni, per dimostrare come i film di questo cineasta siano entrati nei meccanismi creativi di numerosi artisti, registi e fotografi.</p>
<p>Il libro:</p>
<p><strong>COSA DEVO GUARDARE &#8211; </strong><strong>Riflessioni critiche e fotografiche sui paesaggi di Michelangelo Antonioni<br />
</strong>Autori: Maurizio G. De Bonis, Orith Youdovich<br />
Prefazione: Sandro Bernardi / Postfazione: Simcha Shirman/ 148 pagine / 30 fotografie Stampa duotone / Postcart Edizioni, Roma, 2012 / Prezzo: 12,50 euro / ISBN: 978-88-86795-79-1</p>
<p><strong>Maurizio G. De Bonis</strong> è giornalista culturale, critico cinematografico e fotografico.È segretario del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI e Presidente di Punto di Svista. È direttore responsabile di<em> <a href="http://www.cultframe.com" target="_blank">CultFrame – Arti Visive</a></em> e membro della redazione di <em><a href="http://www.puntodisvista.net" target="_blank">Punto di Svista – Arti Visive in Italia</a></em>. Dirige la rivista online <em><a href="http://www.cinecriticaweb.it" target="_blank">CineCriticaWeb</a></em>. Ha curato mostre fotografiche per FotoGrafia – Festival Internazionale di Roma (Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Palazzo delle Esposizioni), per Officine Fotografiche (Roma), per il festival Fotoleggendo (Roma) e per gallerie private. Insegna nell’ambito del Master in Critica Giornalistica dell’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” (Roma) e nel corso di Visual Art presso l’Istituto Superiore di Fotografia e Comunicazione Integrata (Roma). È autore del libro <em>Immagine della memoria – La Shoah tra cinema e fotografia</em> (Onyx Edizioni, 2007) e co-curatore del volume <em>Cinema Israeliano Contemporaneo</em> (Marsilio Editori, 2009).</p>
<p><strong>Orith Youdovich</strong>, nata a Tel Aviv, vive e lavora a Roma. Fotografa, curatrice, giornalista. Ha esposto le sue fotografie in varie mostre personali e collettive. Tra le più recenti <em>Oscurità &#8211; luogo frammento memoria</em> (2012, Galleria Gallerati, Roma); <em>Come devo vivere. Dialoghi visivi con il cinema di Michelangelo Antonioni</em> (2010, Officine Fotografiche, Roma) e <em>Correlazioni – dialoghi visuali sul paesaggio</em> (2011, Galleria Gallerati, Roma). Dal 2000 è caporedattrice della testata giornalistica online <em><a href="http://www.cultframe.com" target="_blank">CultFrame – Arti Visive</a></em> e dal 2009 è direttore responsabile della rivista online <a href="http://www.puntodisvista.net" target="_blank">Punto di Svista – Arti Visive in Italia</a>. Ha curato mostre nell’ambito di FotoGrafia – Festival Internazionale di Roma (Museo Andersen, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Palazzo delle Esposizioni) e Fotoleggendo (Roma). Nel 2005 ha curato il volume <em>Fotografia Israeliana Contemporanea</em>, edito da FPM Edizioni.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>(INCONTRO) COSA DEVO GUARDARE. Presentazione del libro. Maggio dei Libri. b&gt;gallery, Roma</title>
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		<pubDate>Fri, 04 May 2012 10:40:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Orith</dc:creator>
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		<description><![CDATA[9 Maggio 2012 &#8211; Ore 19.00 B&#62;GALLERY Piazza Santa Cecilia 16, Roma (Trastevere) &#160; &#160; Presentazione del libro COSA DEVO GUARDARE &#8211; Riflessioni critiche e fotografiche sui paesaggi di Michelangelo Antonioni di Maurizio G. De Bonis e Orith Youdovich edito da Postcart Edizioni, Roma Cosa esprime veramente un paesaggio? Quali valori contenutistici, estetici e formali comunica al fruitore? E come si colloca questo elemento nell’ambito dell’evoluzione delle arti figurative e visive tra XIX e XX secolo? Queste sono le domande da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.orithyoudovich.com/wp-content/uploads/2012/05/maggio_dei_libri-2012.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-251" title="maggio_dei_libri-2012" src="http://www.orithyoudovich.com/wp-content/uploads/2012/05/maggio_dei_libri-2012.jpg" alt="" width="320" height="128" /></a>9 Maggio 2012 &#8211; Ore 19.00</p>
<p>B&gt;GALLERY<br />
Piazza Santa Cecilia 16, Roma (Trastevere)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Presentazione del libro</p>
<p><em>COSA DEVO GUARDARE &#8211; Riflessioni critiche e fotografiche sui paesaggi di Michelangelo Antonioni </em>di Maurizio G. De Bonis e Orith Youdovich</p>
<p>edito da <a href="http://www.postcart.com/libri-dettaglio.php?id=73&amp;c=" target="_blank">Postcart Edizioni</a>, Roma</p>
<p>Cosa esprime veramente un paesaggio? Quali valori contenutistici, estetici e formali comunica al fruitore? E come si colloca questo elemento nell’ambito dell’evoluzione delle arti figurative e visive tra XIX e XX secolo?<br />
Queste sono le domande da cui è scaturita l’idea centrale alla base del volume e alle quali <strong>Maurizio G. De Bonis</strong> e <strong>Orith Youdovich</strong>, grazie a uno studio critico e a un lavoro fotografico collegati tra loro, hanno provato a dare una risposta utilizzando come punto di riferimento creativo la fondamentale figura di Michelangelo Antonioni, cineasta che ha elaborato un concetto espressivo di paesaggio personale e innovativo.</p>
<p>L&#8217;incontro con gli autori sarà accompagnato da proiezioni di sequenze cinematografiche e immagini tratte dal libro.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>OSCURITÀ &#8211; Luogo Frammento Memoria. Fotografia di Orith Youdovich</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Apr 2012 08:39:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Orith</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In principio era il frammento, ricostruito in pericolose unità senza tempo né luogo. Émile Benveniste diceva che la parte più importante del discorso sono i ma, i perché, i quando; con le parole di Barthes: les parties les plus vivantes de la phrase, les relations; senza di loro il discorso cadrebbe a pezzi e non saprebbe più ritrovare la sua unità. Da qui si muove l’opera di Orith Youdovich, dalla creazione di una realtà che dipende attraverso mille fili dalle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">In principio era il frammento, ricostruito in pericolose unità senza tempo né luogo. Émile Benveniste diceva che la parte più importante del discorso sono i <em>ma</em>, i <em>perché</em>, i <em>quando</em>; con le parole di Barthes: <em>les parties les plus vivantes de la phrase, les relations</em>; senza di loro il discorso cadrebbe a pezzi e non saprebbe più ritrovare la sua unità. Da qui si muove l’opera di Orith Youdovich, dalla creazione di una realtà che dipende attraverso mille fili dalle immagini prodotte, che rappresentano comunque una totalità in se stessa conclusa, un microcosmo indipendente da qualsiasi elemento esterno. Il celato, l’indefinito, persino l’a-sistematico è ciò che è racchiuso nello stesso termine di Oscurità: semplicemente qualcosa che non conosciamo, ma che potremmo conoscere ciascuno in maniera distinta e mai uguale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Il luogo, il frammento e la memoria<br />
</em></strong>Dal tema centrale si declinano così i tre soggetti, elementi chiave del discorso e del percorso della mostra: frammento, luogo e memoria. Sono posti senza articolo perché essi stessi sono da prendere come concetti, fenomeni ad ampio respiro, percezioni da cui trarre significato. Non si tratta però di un’oscurità delle immagini bensì di un’oscurità concettuale, di pensiero, dello stesso bianco e nero delle fotografie. Il nero, è l’assenza totale di tutte le vibrazioni contenute nella luce, il bianco la totale presenza di tutti gli elementi vibratori. Bianco e nero sono così concetti<a href="#_ftn1">[1]</a>, da decifrare e codificare. In piena luce si nasconde l’unità dell&#8217;opera che occulta i frammenti di cui è composta e che solo l’autore sa riconoscere. Frammenti celati, taciuti, sono tracce inquietanti, come le rovine. Quest’ultime appaiono nelle immagini come opere autosufficienti, comunicano con lo spettatore, in quel gioco di fermento del pensiero continuo e proprio dell’incompiutezza teorizzata da Friedrich Schlegel e da Novalis.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Tempo puro<br />
</em></strong>Ed ecco chiaro che “un edificio non può essere considerato al massimo del suo splendore sinché non siano trascorsi quattro o cinque secoli [...] noi non abbiamo nessun diritto di toccarli, non sono nostri. Essi appartengono in parte a coloro che li hanno costruiti e in parte a tutte le generazioni che ci seguiranno”<a href="#_ftn2">[2]</a>. John Ruskin esaltava la “sublimità delle crepe o delle fratture” come le rovine che appaiono nell&#8217;opera della fotografa, che si avvicinano ad una bellezza inspiegata: “alla bellezza come l’ha voluta il cervello umano, un’epoca, una particolare forma di società, si aggiunge una bellezza involontaria associata ai casi della Storia”<a href="#_ftn3">[3]</a>. Dal paesaggio essenziale al paesaggio sopraffatto dall’elemento naturale, l’immaginazione prende il passo dello spettatore e ci conduce come in <em>Viaggio in Italia</em> di Rossellini (1954) ad osservare il passato, o ciò che ne resta, con lo stupore attonito di una Catherine Joyce (Ingrid Bergman). Come per la protagonista di Rossellini, l’impressione fugace e l’occhiata molteplice diventano atemporali: la rovina si accosta al ricordo in cui “ci fa fugacemente intuire l’esistenza di un tempo che non è quello di cui parlano i manuali di storia o che i restauri cercano di richiamare in vita. È un tempo puro, non databile, assente da questo nostro mondo di immagini, di simulacri e di ricostruzioni, da questo nostro mondo violento le cui macerie non hanno più il tempo di diventare rovine. Un tempo perduto che talvolta l&#8217;arte riesce a ritrovare”<a href="#_ftn4">[4]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>L&#8217;anima del luogo<br />
</em></strong>Nelle immagini di Youdovich si ritrova quel senso dell’individualità del luogo, delle sue specificità care a James Hillman<a href="#_ftn5">[5]</a>: quell’intima peculiarità che è definita <em>l’anima del luogo</em>. Un luogo in dissolvimento, con una temporalità sovra-momentanea, che evapora, sfuma, dove il movimento scorre infinitamente “a vuoto” e la memoria opera attraverso un focus interiore perché è inscritta nel medesimo luogo. L’accumulo delle macerie, la natura che prende il sopravvento, gli spazi sconfinati delle fotografie hanno un’unica voce, che è quella del silenzio. Se è vero che per riconoscere le caratteristiche di un luogo bisogna eliminare il frastuono, così le immagini di Youdovich sono dense di questo silenzio estremamente percettibile dove lo scenario diventa citazione della memoria e il paesaggio si proietta sull’essere umano che appare alla fine del percorso, in maniera quasi impercettibile. I luoghi di Youdovich ci affascinano perché ci somigliano. Somigliano al nostro essere caduchi, alla nostra mortalità, alla sete dei nostri attimi di felicità<a href="#_ftn6">[6]</a>. Ciò che è frammentario è in fondo terreno umano.</p>
<p style="text-align: justify;">© Chiara Micol Schiona, 2012</p>
<div>
<hr size="1" />
<div>
<p><a href="#_ftnref1">[1]</a> Vilém Flusser, <em>Per una filosofia della fotografia</em>, Bruno Mondadori, Milano 2006, p. 52.</p>
</div>
<div>
<p><a href="#_ftnref2">[2]</a> John Ruskin, <em>The Seven Lamps of Architecture</em>, Londra 1849. ed. cons., New York, s. d., p. 175. Trad. Chiara Micol Schiona.</p>
</div>
<div>
<p><a href="#_ftnref3">[3]</a> Marguerite Yourcenar, <em>Il Tempo, grande scultore</em>, Giulio Einaudi, Torino 1994, p. 51-52.</p>
</div>
<div>
<p><a href="#_ftnref4">[4]</a> Marc Augé, <em>Rovine e macerie</em>, Bollati Boringhieri, Torino 2004, p. 38.</p>
</div>
<div>
<p><a href="#_ftnref5">[5]</a> Ci si riferisce a James Hillman, <em>L&#8217;anima dei luoghi</em>, Rizzoli, Milano 2004.</p>
</div>
<div>
<p><a href="#_ftnref6">[6]</a> Ci si riferisce a Roberto Peregalli, <em>I luoghi e la polvere</em>, Bompiani, Milano 2010, p. 82.</p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
</div>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>(MOSTRA) OSCURITA&#8217; &#8211; luogo frammento memoria. Fotografie di Orith Youdovich</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Apr 2012 08:16:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Orith</dc:creator>
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		<description><![CDATA[OSCURITA&#8217; &#8211; luogo frammento memoria. Fotografie di Orith Youdovich A cura di Chiara Micol Schiona INAUGURAZIONE: giovedì 12 aprile 2012, ore 19.00-22.00 / Galleria Gallerati, Via Apuania 55, Roma. tel. 06.44258243 In mostra dieci fotografie di diverso formato che creano al loro interno e attraverso gli occhi dello spettatore un filo conduttore, un discorso da poter percepire. Il celato, l&#8217;indefinito, persino l&#8217;a-sistematico è ciò che è racchiuso nello stesso termine di Oscurità, titolo della mostra. Con ciò si indica qualcosa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>OSCURITA&#8217; &#8211; luogo frammento memoria. </em>Fotografie di Orith Youdovich<br />
A cura di Chiara Micol Schiona</p>
<p><strong>INAUGURAZIONE: giovedì 12 aprile 2012, ore 19.00-22.00 / </strong>Galleria Gallerati, Via Apuania 55, Roma. tel. 06.44258243</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="attachment wp-att-207" href="http://www.orithyoudovich.com/mostra-oscurita-luogo-frammento-memoria/orith_youdovich-oscurita_luogo_frammento_memoria-cs/"><img class="alignleft size-full wp-image-207" title="orith_youdovich-oscurita_luogo_frammento_memoria-cs" src="http://www.orithyoudovich.com/wp-content/uploads/2012/03/orith_youdovich-oscurita_luogo_frammento_memoria-cs.jpg" alt="" width="400" height="266" /></a>In mostra dieci fotografie di diverso formato che creano al loro interno e attraverso gli occhi dello spettatore un filo conduttore, un discorso da poter percepire. Il celato, l&#8217;indefinito, persino l&#8217;a-sistematico è ciò che è racchiuso nello stesso termine di <em>Oscurità</em>, titolo della mostra. Con ciò si indica qualcosa che non conosciamo ma che potremmo conoscere ciascuno in maniera distinta e mai uguale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed ecco che appaiono i tre soggetti principali del percorso: <em>frammento, luogo </em>e<em> memoria</em>. I frammenti degli edifici di un passato, di un Tutto che non dev&#8217;essere necessariamente ricomposto perché ‘un edificio non può essere considerato al massimo del suo splendore sinché non siano trascorsi quattro o cinque secoli [...] noi non abbiamo nessun diritto di toccarli, non sono nostri. Essi appartengono in parte a coloro che li hanno costruiti e in parte a tutte le generazioni che ci seguiranno’ (John Ruskin). Immagini di luoghi che sono lasciati indefiniti per dare spazio a quel senso dell&#8217;individualità e quella memoria di cui parlava James Hillman e che emerge inconsapevolmente proprio dallo stesso luogo.</p>
<p style="text-align: justify;">‘Non esiste una fotografia ingenua, non concettuale. La fotografia è un&#8217;immagine di concetti’ (Vilém Flusser), così il bianco e nero dominano la scena portando con sé quel bagaglio di significati legati al suo essere vicino alla scrittura. Infine la figura umana che si unisce con il luogo in cui è inserita, che se da una parte si rende partecipe e protagonista del discorso, allo stesso tempo pone davanti agli occhi dello spettatore una finestra sul suo mondo, sulla sua memoria, su una nuova bellezza data dalla caducità, ricordandoci che ciò che è frammentario è in fondo terreno umano e che alla bellezza come l&#8217;ha voluta il cervello umano, un&#8217;epoca, una particolare forma di società, si aggiunge una bellezza involontaria associata ai casi della Storia (Marguerite Yourcenar).</p>
<p>(Chiara Micol Schiona)</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>INFORMAZIONI<br />
</strong><strong><br />
Orith Youdovich. Oscurità – luogo frammento memoria / </strong>A cura di Chiara Micol Schiona<br />
Dal 12 aprile al 30 maggio 2012</p>
<p><strong>Inaugurazione: giovedì 12 aprile 2012, ore 19.00-22.00</strong></p>
<p>Galleria Gallerati / Via Apuania 55, Roma / Telefono: 06.44258243 – Mob. 347.7900049 / info@galleriagallerati.it<br />
Orario: lunedì – venerdì 17.00 &#8211; 19.00 / sabato, domenica e fuori orario: su appuntamento / chiuso dal 3 al 6 maggio 2012</p>
<p>Mezzi pubblici: bus: 61, 62, 93, 310; metro: linea B, fermata Bologna (da P.zza Bologna: 400 m lungo Via Livorno o Via M.di Lando)</p>
<p><strong><br />
LINK</strong><br />
<a href="http://www.galleriagallerati.it/" target="_blank">Galleria Gallerati, Roma</a></p>
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		<title>(INCONTRO) COSA DEVO GUARDARE. Presentazione del libro. Accademia delle Belle Arti, Roma</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Mar 2012 18:46:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Orith</dc:creator>
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		<description><![CDATA[28 Marzo 2012 &#8211; Ore 10.30 ACCADEMIA DELLE BELLE ARTI DI ROMA &#8211; Aula 206 via Ripetta 222, Roma Tel. 06.3227025 &#8211; 06.3227036 &#160; Presentazione del libro COSA DEVO GUARDARE &#8211; Riflessioni critiche e fotografiche sui paesaggi di Michelangelo Antonioni di Maurizio G. De Bonis e Orith Youdovich edito da Postcart Edizioni Cosa esprime veramente un paesaggio? Quali valori contenutistici, estetici e formali comunica al fruitore? E come si colloca questo elemento nell’ambito dell’evoluzione delle arti figurative e visive tra XIX [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.orithyoudovich.com/wp-content/uploads/2012/04/accademia_belle_arti_roma.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-235" title="accademia_belle_arti_roma" src="http://www.orithyoudovich.com/wp-content/uploads/2012/04/accademia_belle_arti_roma.jpg" alt="" width="182" height="104" /></a>28 Marzo 2012 &#8211; Ore 10.30</p>
<p>ACCADEMIA DELLE BELLE ARTI DI ROMA &#8211; Aula 206<br />
via Ripetta 222, Roma<br />
Tel. 06.3227025 &#8211; 06.3227036</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Presentazione del libro<em><em><em> </em></em></em></p>
<p><em><em><em><em>COSA DEVO GUARDARE &#8211; Riflessioni critiche e fotografiche sui paesaggi di Michelangelo Antonioni </em></em></em>di Maurizio G. De Bonis e Orith Youdovich </em></p>
<p>edito da Postcart Edizioni</p>
<p>Cosa esprime veramente un paesaggio? Quali valori contenutistici, estetici e formali comunica al fruitore? E come si colloca questo elemento nell’ambito dell’evoluzione delle arti figurative e visive tra XIX e XX secolo?<br />
Queste sono le domande da cui è scaturita l’idea centrale alla base del volume e alle quali <strong>Maurizio G. De Bonis</strong> e <strong>Orith Youdovich</strong>, grazie a uno studio critico e a un lavoro fotografico collegati tra loro, hanno provato a dare una risposta utilizzando come punto di riferimento creativo la fondamentale figura di Michelangelo Antonioni, cineasta che ha elaborato un concetto espressivo di paesaggio personale e innovativo.</p>
<p>Gli autori ne parlano con Andrea Attardi (fotografo e docente di Fotografia)</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>(LIBRO) COSA DEVO GUARDARE &#8211; Riflessioni critiche e fotografiche sui paesaggi di Michelangelo Antonioni di Maurizio G. De Bonis e Orith Youdovich</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Mar 2012 10:51:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Orith</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cosa esprime veramente un paesaggio? Quali valori contenutistici, estetici e formali comunica al fruitore? E come si colloca questo elemento nell’ambito dell’evoluzione delle arti figurative e visive tra XIX e XX secolo? Queste sono le domande da cui è scaturita l’idea centrale alla base del volume e alle quali Maurizio G. De Bonis e Orith Youdovich, grazie a uno studio critico e a un lavoro fotografico collegati tra loro, hanno provato a dare una risposta utilizzando come punto di riferimento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-203" href="http://www.orithyoudovich.com/cosa-devo-guardare-riflessioni-critiche-fotografiche-paesaggi-michelangelo-antonioni-maurizio-de-bonis-orith-youdovich/maurizio_g_de_bonis-orith_youdovich-cosa_devo_guardare-oy/"><img class="alignleft size-full wp-image-203" title="maurizio_g_de_bonis-orith_youdovich-cosa_devo_guardare-oy" src="http://www.orithyoudovich.com/wp-content/uploads/2012/03/maurizio_g_de_bonis-orith_youdovich-cosa_devo_guardare-oy.jpg" alt="" width="149" height="250" /></a>Cosa esprime veramente un paesaggio? Quali valori contenutistici, estetici e formali comunica al fruitore? E come si colloca questo elemento nell’ambito dell’evoluzione delle arti figurative e visive tra XIX e XX secolo?</p>
<p>Queste sono le domande da cui è scaturita l’idea centrale alla base del volume e alle quali Maurizio G. De Bonis e Orith Youdovich, grazie a uno studio critico e a un lavoro fotografico collegati tra loro, hanno provato a dare una risposta utilizzando come punto di riferimento creativo la fondamentale figura di Michelangelo Antonioni, cineasta che ha elaborato un concetto espressivo di paesaggio personale e innovativo, connesso a un’impostazione artistica di stampo filosofico.</p>
<p>I paesaggi di Antonioni si sono naturalmente collocati all’interno di un percorso, tra pittura, fotografia e cinema che, grazie al lavoro di altri autori visuali, ha trasformato la riproduzione descrittiva del mondo in contenitore metaforico di innumerevoli istanze poetiche.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>INDICE</strong></p>
<p>Prefazione di <strong>Sandro Bernardi</strong> / Introduzione / Paesaggio e figura umana. Un percorso tra cinema e arti visive / Michelangelo Antonioni. Paesaggio, spazio urbano e figura umana / <em>Il grido.</em> Il nuovo sguardo sulla realtà di Michelangelo Antonioni / <em>Come devo vivere. Dialoghi visivi con il cinema di Michelangelo Antonioni.</em> Fotografie di Orith Youdovich / Nascita ed evoluzione di un dialogo visuale con Michelangelo Antonioni / Postfazione di <strong>Simcha Shirman</strong>/ Filmografia di Michelangelo Antonioni / Altri film citati / Bibliografia / Ringraziamenti</p>
<p><strong><a href="http://www.postcart.com/libri-dettaglio.php?id=73&amp;c=" target="_blank">La scheda del libro su POSTCART EDIZIONI</a> (Collana Postwords)</strong></p>
<p>ISBN 978-88-86795-79-1<br />
PAGINE  148<br />
FORMATO  cm. 12&#215;20<br />
30 Foto<br />
Stampa duotone<br />
ANNO   2012<br />
Copertina cartoncino 300 grammi con bandelle e rilegatura brossura filo refe</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>CORRELAZIONI. Dialoghi visuali sul tema del paesaggio. Fotografie di Samuele Bianchi, Alfredo Covino, Pietro D&#8217;Agostino, Giovanna Gammarota, Orith Youdovich</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Mar 2011 09:41:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Orith</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Percorsi imprevedibili, riflessioni intrecciate, pensieri concordanti che si inseguono, sensibilità opposte che si incontrano, idee che si nutrono di altre idee, sguardi che tentano di identificare l’altro, diversità che non si rifiutano. Parlare, studiare, vedere, annotare mentalmente considerazioni e intuizioni, abbandonarsi agli abissi soggettivi degli interlocutori, percepire risonanze nascoste ma potenti, rintracciare una possibile apertura grazie all’ascolto. Tutto ciò è stato (e continua a essere) il Ritiro di Studi sulla Fotografia di Prato, appuntamento annuale che si svolge sotto l’egida [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Percorsi imprevedibili, riflessioni intrecciate, pensieri concordanti che si inseguono, sensibilità opposte che si incontrano, idee che si nutrono di altre idee, sguardi che tentano di identificare l’altro, diversità che non si rifiutano. Parlare, studiare, vedere, annotare mentalmente considerazioni e intuizioni, abbandonarsi agli abissi soggettivi degli interlocutori, percepire risonanze nascoste ma potenti, rintracciare una possibile apertura grazie all’ascolto.<br />
Tutto ciò è stato (e continua a essere) il Ritiro di Studi sulla Fotografia di Prato, appuntamento annuale che si svolge sotto l’egida di Punto di Svista e nell’ambito del quale, di volta in volta, si sono confrontati fotografi, critici e curatori, in una sorta di territorio anarchico che considera la fotografia non solo una “questione dello sguardo” ma anche “luogo mentale” che vive artisticamente grazie allo “scandalo intollerabile” (per i tempi attuali) della condivisione.</p>
<p style="text-align: justify;">Samuele Bianchi, Alfredo Covino, Pietro D’Agostino, Giovanna Gammarota e Orith Youdovich hanno coltivato il loro intenso rapporto all’interno di questa esperienza collettiva, di questo articolato filtro umano caratterizzato da connessioni che negli anni non si sono mai dissolte. I cinque autori hanno affrontato insieme un lavorìo denso e aperto, sincero e rigoroso che li ha portati, in modo del tutto naturale, a convergere verso un punto di passaggio che appariva ormai inevitabile. La mostra<em> Correlazioni</em> rappresenta, in tal senso, il raggiungimento di un obiettivo comune che però non vuole essere un traguardo ma solo il trampolino di lancio verso una rinnovata esperienza interpersonale. La sostanza di questa iniziativa espositiva non si esaurisce, dunque, nella sua realizzazione concreta quanto piuttosto nell’ulteriore spinta alla ricerca, che i fotografi considerano fondamentale impulso per il loro futuro percorso individuale.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Correlazioni</em> è un dialogo visuale/filosofico sul tema del paesaggio, argomento che nel tempo ha consentito agli autori di stabilire un legame sviluppatosi poi naturalmente nelle loro rispettive opere. Bianchi, Covino, D’Agostino, Gammarota e Youdovich hanno lavorato su un concetto che tutti cercavano autonomamente e che si è palesato ai loro occhi nell’atto, quasi performativo (e certamente psicologico), della riflessione condivisa: il paesaggio inteso come “luogo della mente” e non come mera raffigurazione di una realtà fine a se stessa. E ancora: l’estetica non legata in maniera rigida alla “bellezza” quanto piuttosto al “sentimento della percezione” e alla dimensione delle “infinite possibilità creative” del fare fotografia.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla luce di quanto affermato, l’azione fisica della luce, la casualità misteriosa dello sguardo, lo spazio privato dall’angoscia castrante del senso, la distruzione liberatoria del “matrimonio asfittico” tra sguardo e realtà, la certezza della relazione tra fotografia e altre forme espressive (visive e non) sono stati i fattori sui quali i fotografi hanno costruito il loro dialogo interiore che è poi divenuto complesso labirinto di rimandi e concetti organizzati fotograficamente, appunto. E tale dialogo, oltretutto, ha tratto una sua vitale (e antica) forza poetica dalla pratica costante e spontanea (che continua ancora oggi) della corrispondenza telematica non incentrata sulle parole ma sulle immagini. Invii reciproci di paesaggi, scatti, luoghi: una rete di “possibilità”, senza demiurghi e guide, che si è fatta da sola e che ha alimentato i processi creativi dei singoli nonché la sostanza filosofica della loro pratica creativa.</p>
<p style="text-align: justify;">La scelta di esporre alla Galleria Gallerati di Roma è dovuta proprio al fondamento stesso del progetto espositivo, cioè la volontà di collaborare nell’ambito di un’iniziativa i cui scopi culturali e artistici sono profondamente condivisi da tutte le realtà in campo: autori, curatori, gallerista. Il rispetto tra i soggetti in questione va di pari passo con l’interesse e la stima per il lavoro svolto dalla galleria nella promozione della fotografia contemporanea e dell’arte in generale. Pur se giovane, Galleria Gallerati si è chiaramente distinta per una costante sensibilità nei confronti della fotografia e degli autori che vi hanno esposto: grazie a mostre che hanno dato spazio e adeguata divulgazione a un ramo dell’arte contemporanea ancora solo parzialmente riconosciuto dalla mentalità del pubblico nel suo status di autonomo medium artistico.<br />
Ecco dunque che, all’interno di questa spinta collaborativa, tre curatori decidono di unirsi e di lavorare a stretto contatto. L’esperienza del singolo si mette in gioco per dare e ricevere, per crescere confrontandosi con altre figure che sulla curatela hanno impostato la propria ricerca e il proprio lavoro.</p>
<p>© Maurizio G. De Bonis, Carlo Gallerati, Valentina Trisolino, 2011</p>
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		<title>Orith YOUDOVICH. 06. FUORI 4 (in italian and english)</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Mar 2011 17:32:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Orith</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Luoghi, nelle fotografie di Orith Youdovich. Ma sono un pretesto: stanno sulla carta per fare da sponda a rappresentazioni altre, distanti, non convenzionali e drammaticamente invisibili. «Così era questo posto quando mi ci sono trovata davanti – ci informa l’autrice – e così ero io quando lui si è trovato davanti a me». Ma i modi in cui erano i due nel preciso istante dell’incontro sono solo l’inizio. L’aspetto vedibile di qualsiasi elemento non ha valore cogente che entro i limiti dell’attimo: strettissimi nello scorrere dell’esistenza, eppure dilatati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Luoghi, nelle fotografie di Orith Youdovich. Ma sono un pretesto: stanno sulla carta per fare da sponda a rappresentazioni altre, distanti, non convenzionali e drammaticamente invisibili. «Così era questo posto quando mi ci sono trovata davanti – ci informa l’autrice – e così ero io quando lui si è trovato davanti a me». Ma i modi in cui erano i due nel preciso istante dell’incontro sono solo l’inizio. L’aspetto vedibile di qualsiasi elemento non ha valore cogente che entro i limiti dell’attimo: strettissimi nello scorrere dell’esistenza, eppure dilatati nella fissità di un fotogramma. Sebbene prodigiosa, tuttavia, l’espansione del momento concessa dalla fotografia non basta mai a sciogliere il dilemma sull’addomesticabilità del tempo: il sollievo avvertito dall’osservatore è ogni volta pericolosamente simile e prossimo al brivido di una vertigine: la medesima che si proverebbe in una stanza con due specchi su pareti contrapposte.</p>
<p style="text-align: justify;">La scelta, nel processo creativo di Youdovich, sembra muovere da una sorta di fluida inconsapevolezza: la relazione col soggetto è paritaria. Lo sdoppiamento iniziale significa trovarsi a vicenda senza essersi cercati. Lei non esegue serie di vedute programmandone a priori il dove e il perché, né cataloga i risultati ottenuti associando alle immagini titoli o didascalie. Intuisce, piuttosto: si lascia folgorare dall’imprevisto anonimato di strade periferiche, dalla vaghezza di spiagge deserte, dal quasi nulla di spazi dimenticati o semplicemente ignorati. E quando la pulsione dell’invaghimento sensoriale la sospinge al culmine di un reciproco guardarsi, passa all’azione. Non scattare fino a che la scena sia al sicuro dall’insidia di trite sovrastrutture di maniera è la norma chiave di una disciplina d’autocontrollo che entra in gioco e difficilmente la abbandona. Le invisibili rappresentazioni suscitate dalle campiture perlopiù monocrome sono allora ipotesi elaborate dal subconscio circa mutazioni della forma in ciascuno degli istanti che da quell’unico preferito si dipanano, all’indietro o in avanti. L’esteriorità atteggiata a concetto è energia visionaria che salva da ogni sterile presunzione di coerenza. Nessun luogo e nessuno stato d’animo sono uguali a loro stessi: solamente, nel tempo, può capitare che gli uni incrocino gli altri, come per inattesa rivelazione di un’affinità elettiva. Su questo Orith Youdovich riaccende il nostro pensare; e lo fa da artista autentica e sottilissima: parlando di se stessa, ma a nome di chiunque.</p>
<p>© Carlo Gallerati &#8211; Dicembre 2010<br />
Catalogo della mostra 06. FUORI 4, pp. 42-43</p>
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		<title>COME DEVO VIVERE. Dialoghi visivi con il cinema di Michelangelo Antonioni. Fotografie di Orith Youdovich</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Mar 2011 17:27:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Orith</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da diversi anni Orith Youdovich si confronta con il mondo in un continuo processo di analisi del rapporto tra visione soggettiva e paesaggio. Nell’ambito di questa ricerca, la fotografa ha individuato nella condizione di crisi esistenziale soggettiva e nel decadimento della relazione tra individuo e società i due elementi di sofferenza della realtà sociale. Il paesaggio diviene, così, non solo contenitore di questo disagio ma anche vero e proprio personaggio della rappresentazione della crisi sia individuale che collettiva. Era dunque [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Da diversi anni Orith Youdovich si confronta con il mondo in un continuo processo di analisi del rapporto tra visione soggettiva e paesaggio. Nell’ambito di questa ricerca, la fotografa ha individuato nella condizione di crisi esistenziale soggettiva e nel decadimento della relazione tra individuo e società i due elementi di sofferenza della realtà sociale. Il paesaggio diviene, così, non solo contenitore di questo disagio ma anche vero e proprio personaggio della rappresentazione della crisi sia individuale che collettiva.<br />
Era dunque inevitabile che, effettuando questo suo percorso autonomo, Orith Youdovich incontrasse l’opera filmica e la poetica di Michelangelo Antonioni, cineasta che con incessante determinazione affrontò le questioni relative alla psicologia umana, all’incomunicabiltà, alla devastante crisi dei rapporti interpersonali.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Come devo vivere</em> è dunque un’esperienza visiva composta da trenta immagini fotografiche di diverso formato che rappresentano l’incontro, sia a livello tematico che espressivo, tra la visione dolorosa, quanto rigorosa, di Orith Youdovich e la lucida  analisi dell’universo umano effettuata da Michelangelo Antonioni.<br />
Il paesaggio diviene in <em>Come devo vivere</em> luogo “altro” della riflessione sull’esistenza, spazio psicologico, ambiente privo di vacue tendenze estetizzanti, apertura verso l’abisso straniante che caratterizza la relazione tra individuo e mondo.<br />
Nel suo personale inoltrarsi nel dialogo visivo con il cinema di Michelangelo Antonioni, Orith Youdovich non si ferma alla mera raffigurazione dei luoghi-simbolo del cineasta ferrarese (Il Po e la pianura padana, il deserto, la città, il mare) né a uno sterile e prevedibile omaggio; il suo lavoro procede spinto da una necessità interiore che la costringe ad abbandonarsi al flusso della sua stessa riflessione, un inabissarsi nella sostanza dell’esistenza umana che porta il fruitore ad andare oltre il visibile. Le sue immagini evocano un forte senso di straniamento che non genera indicazioni, significati. Non è riscontrabile un’impostazione narrativa para-letteraria o pseudo-cinematografica. Ogni inquadratura appare basata su una sua forza/fragilità autonoma che spinge chi guarda a confrontarsi con il proprio universo interiore senza l’ausilio di riferimenti didascalici.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo sguardo di Orith Youdovich non pone in essere i codici della fotografia di paesaggio, non mette in atto alcuna forzatura, non estremizza la composizione dell’inquadratura perché non la cerca.<br />
Orith Youdovich si fa macchina-recettore percorrrendo lo spazio grazie a meccanismi indagatori ribaltati. È il paesaggio che indaga il suo sguardo, che si propone manifestandosi come veicolo di un vuoto che allude all’indecifrabilità dei sentimenti e dei comportamenti umani.<br />
Il suo gesto fotografico si configura come “atto normale”, cioè come risultato di una relazione con i luoghi totalmente estranea a un approccio di tipo documentario e/o realistico. Nel suo processo creativo le immagini corrispondono ad altrettanti punti di vista che fanno emergere l’impossibilità di raffigurare oggettivamente il mondo e il conseguente, inevitabile, contemporaneo spiazzamento dell’artista e del fruitore. Così, gli ambienti naturalistici e urbani riconducono direttamente alla sensibilità/sincerità dell’autrice, al suo lavorìo interiore, in un processo espressivo in continuo divenire e privo di elementi rassicuranti.</p>
<p>© Alfredo Covino, Maurizio G. De Bonis &#8211; Novembre 2010</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Some Thoughts after Orith&#8217;s Exhibition &#8220;Come devo vivere&#8221; (in hebrew)</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Mar 2011 08:18:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Orith</dc:creator>
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		<category><![CDATA[COME DEVO VIVERE dialoghi visivi con il cinema di Michelangelo Antonioni]]></category>
		<category><![CDATA[critical text in hebrew on Orith Youdovich's exhibition How Should I Live]]></category>
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		<description><![CDATA[נקודות למחשבה בעקבות התערוכה של אורית “Come devo vivere” מאת מורן גודס :הצפייה בתערוכה העלתה בי מספר רעיונות, החלטתי להציגם כאן בסדר אסוציאטיבי הן על מנת להתחקות אחר חוויית הצפייה הפרטית שלי והן על מנת להותירם פתוחים כנקודות אפשריות למחשבה Come devo vivere כותרת התערוכה עוררה בי באופן מיידי את שלושת השאלות המפורסמות ששאל עמנואל קאנט בתחילת הביקורת הראשונה שלו ביקורת התבונה הטהורה והן: 1. מה אני יכול/ה לדעת? 2. מה עליי לעשות? 3. למה אני יכול/ה לקוות?. קאנט טען [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>נקודות למחשבה בעקבות התערוכה של אורית </strong><strong>“Come </strong><strong>d</strong><strong>evo </strong><strong>v</strong><strong>ivere”<br />
</strong><strong>מאת מורן גודס</strong></p>
<p style="text-align: right;">:הצפייה בתערוכה העלתה בי מספר רעיונות, החלטתי להציגם כאן בסדר אסוציאטיבי הן על מנת להתחקות אחר חוויית הצפייה הפרטית שלי והן על מנת להותירם פתוחים כנקודות אפשריות למחשבה</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Come devo vivere</strong></p>
<p style="text-align: right;"><strong></strong> כותרת התערוכה עוררה בי באופן מיידי את שלושת השאלות המפורסמות ששאל עמנואל קאנט בתחילת הביקורת הראשונה שלו <em>ביקורת התבונה הטהורה</em> והן: 1. מה אני יכול/ה לדעת? 2. מה עליי לעשות? 3. למה אני יכול/ה לקוות?. קאנט טען כי אלו השאלות שמרכיבות את הדבר הזה שנקרא אדם. כותרת התערוכה התחברה לי לשאלה השנייה שמהווה את השאלה המוסרית עבור קאנט. הייתי מתרגמת אותה כך: &#8220;כיצד עליי לחיות&#8221;. הדבר המעניין הוא כי הכותרת לא מובעת כשאלה, היינו: אין סימן שאלה בסופה וכתוצאה מכך, היא נתפסת כמחשבה המלווה פעולה, או כמחשבה המלווה את פרקטיקת החיים, לצורך העניין. החשיבות המוסרית, בעיניי, טמונה בדיוק בהתחבטות החוזרת ונשנית במחשבה הזו של &#8220;איך עליי לחיות&#8221; כפעילות אשר בודקת ומבקרת חזור ובדוק את המציאות היומיומית. אולי טמונה כאן אמירה על אמנות הצילום כפרקטיקה מוסרית שאמורה לבקר, או לכל הפחות להציב מראה בפני המציאות. ראה בהקשר זה את הציטוט המפורסם של דורותיאה לאנג: &#8220;מצלמה היא כלי שמלמד אנשים איך לראות ללא מצלמה&#8221;.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Sur-face/Sur-back</strong></p>
<p style="text-align: right;">- הצילומים עם דמותה של אורית מהגב העלו בי את ההבחנה בין &#8220;פני השטח&#8221; אל מול מה שאני מכנה כ&#8221;גב השטח&#8221;; פני-השטח, כשמם, מצביעים על הפנים כדבר-מה מיידי וגלוי. הם הרמה החשופה והקדמית ביותר של הדברים. הם הדבר שעמו אנו באים במגע. לעומת זאת הגב, מהווה את מה שנותר תמיד חסום עבור שדה הראייה שלנו, גם כאשר רואים אותו הוא תמיד מסתיר (אני נזכרת, בהקשר זה, בשיר ילדים ידוע של יונתן גפן מתוך ה&#8221;כבש השישה עשר&#8221;: &#8220;מי שמביט מי מאחור לא יודע מי אני&#8221;. הצילומים של אורית אפשרו לי כצופה, במקום לראות את &#8220;פני השטח&#8221;, למעשה לראות את ה&#8221;גב&#8221; שלו, או את הלא מודע שלו, אם נרצה. היינו: דרך הצפייה בגב של אורית, חוויתי את &#8220;גב-השטח&#8221; &#8211; את אותו הדבר שמראה אבל נשאר סתום. חוויה זו נשארה גם בצילומים בהם דמותה של אורית לא מופיעה, כך ככל שהצילום היה יותר היפר-ראליסטי מבחינת איכותו ותפיסתו את הטבע, בד בבד הייתה תחושה כי הוא לא מצליח להתפענח ולהיות ממוצה עד תום. כתוצאה מכך, היה משהו בצילומים שהעביר ממד של המשכיות, של דבר-מה שלא נגמר</p>
<p style="text-align: right;"><strong>זמן</strong> – אם הייתי רואה את הצילומים בספר מבלי לדעת מתי הם נעשו, בקלות הייתי יכולה לשייך אותם כמעט לכל תקופה החל משנות ה-50 ועד היום. בהתאמה, התחושה שהצילומים עוררו בי, הייתה מחד של זיכרון או היזכרות, של נוסטלגיה ויחד עם זאת של אפשרות, כלומר: של משהו שעוד לא נחווה. התחושה הזו נבעה, בעיניי, מהיותם של הצילומים מעוגנים במקום ספציפי, בעל מטען והיסטוריה  מחד ומאידך מהיותם מעבירים תחושה של תלישות, נטישה, בדידות ומסתורין. קצת כמו להיכנס לתוך מצב נפש</p>
<p style="text-align: right;"><strong>חלל</strong> – דווקא העדר מראי המקום ואפילו שזיהיתי את הצילומים שנוצרו בתל-אביב או בנגב (אך ורק בגלל ידע קודם), הפרטיקולאריות של המקומות המצולמים הצליחה להיות מופקעת מעצמה והפכה למעשה לבלתי רלבנטית. הדבר שגרם לכך, לדעתי, הוא חוסר מוקד אחד מרכזי בצילומים כדבר שהעין רגילה להיאחז בו וכפועל יוצא נוצר אלמנט של תנועה בצילום, היינו: העין לא נחה או מתמקדת בדבר אחד, אלא ניתן לומר כי היא &#8220;משוטטת&#8221; בתוך הצילום בניסיונותיה החוזרים ונשנים להקיף את כולו. חוסר הנחת של העין יצר מצב צפייה אקטיבי, ביקורתי ובוחן שפתח עוד ועוד אפשרויות לתפוס את החלל הנתון. בפתיחה זו של אפשרויות, וכאן אני חוזרת שוב לקאנט, למעשה הצליחה אורית לייצר את מה שקאנט כינה ב<em>ביקורת כוח השיפוט</em> בשם &#8220;הנאה אסתטית&#8221;</p>
<p style="text-align: right;"><strong>מילה אישית</strong> – אני רוצה להודות לאורית על האפשרות לחוות את כל זאת. אומרים שהעין מצליחה לקלוט רגשות ולא מחשבות, נראה לי שהתערוכה הזו הצליחה לגרום לעין להתעלות על עצמה ולפעול בשתי החזיתות</p>
<p style="text-align: right;">2010 , מורן גודס  ©</p>
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