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     CORRELAZIONI. Dialoghi visuali sul tema del paesaggio. Fotografie di Samuele Bianchi, Alfredo Covino, Pietro D’Agostino, Giovanna Gammarota, Orith Youdovich di di by par by Maurizio G. De Bonis, Carlo Gallerati, Valentina Trisolino
  • Italian (Original text)

    Percorsi imprevedibili, riflessioni intrecciate, pensieri concordanti che si inseguono, sensibilità opposte che si incontrano, idee che si nutrono di altre idee, sguardi che tentano di identificare l’altro, diversità che non si rifiutano. Parlare, studiare, vedere, annotare mentalmente considerazioni e intuizioni, abbandonarsi agli abissi soggettivi degli interlocutori, percepire risonanze nascoste ma potenti, rintracciare una possibile apertura grazie all’ascolto.
    Tutto ciò è stato (e continua a essere) il Ritiro di Studi sulla Fotografia di Prato, appuntamento annuale che si svolge sotto l’egida di Punto di Svista e nell’ambito del quale, di volta in volta, si sono confrontati fotografi, critici e curatori, in una sorta di territorio anarchico che considera la fotografia non solo una “questione dello sguardo” ma anche “luogo mentale” che vive artisticamente grazie allo “scandalo intollerabile” (per i tempi attuali) della condivisione.

    Samuele Bianchi, Alfredo Covino, Pietro D’Agostino, Giovanna Gammarota e Orith Youdovich hanno coltivato il loro intenso rapporto all’interno di questa esperienza collettiva, di questo articolato filtro umano caratterizzato da connessioni che negli anni non si sono mai dissolte. I cinque autori hanno affrontato insieme un lavorìo denso e aperto, sincero e rigoroso che li ha portati, in modo del tutto naturale, a convergere verso un punto di passaggio che appariva ormai inevitabile. La mostra Correlazioni rappresenta, in tal senso, il raggiungimento di un obiettivo comune che però non vuole essere un traguardo ma solo il trampolino di lancio verso una rinnovata esperienza interpersonale. La sostanza di questa iniziativa espositiva non si esaurisce, dunque, nella sua realizzazione concreta quanto piuttosto nell’ulteriore spinta alla ricerca, che i fotografi considerano fondamentale impulso per il loro futuro percorso individuale.

    Correlazioni è un dialogo visuale/filosofico sul tema del paesaggio, argomento che nel tempo ha consentito agli autori di stabilire un legame sviluppatosi poi naturalmente nelle loro rispettive opere. Bianchi, Covino, D’Agostino, Gammarota e Youdovich hanno lavorato su un concetto che tutti cercavano autonomamente e che si è palesato ai loro occhi nell’atto, quasi performativo (e certamente psicologico), della riflessione condivisa: il paesaggio inteso come “luogo della mente” e non come mera raffigurazione di una realtà fine a se stessa. E ancora: l’estetica non legata in maniera rigida alla “bellezza” quanto piuttosto al “sentimento della percezione” e alla dimensione delle “infinite possibilità creative” del fare fotografia.

    Alla luce di quanto affermato, l’azione fisica della luce, la casualità misteriosa dello sguardo, lo spazio privato dall’angoscia castrante del senso, la distruzione liberatoria del “matrimonio asfittico” tra sguardo e realtà, la certezza della relazione tra fotografia e altre forme espressive (visive e non) sono stati i fattori sui quali i fotografi hanno costruito il loro dialogo interiore che è poi divenuto complesso labirinto di rimandi e concetti organizzati fotograficamente, appunto. E tale dialogo, oltretutto, ha tratto una sua vitale (e antica) forza poetica dalla pratica costante e spontanea (che continua ancora oggi) della corrispondenza telematica non incentrata sulle parole ma sulle immagini. Invii reciproci di paesaggi, scatti, luoghi: una rete di “possibilità”, senza demiurghi e guide, che si è fatta da sola e che ha alimentato i processi creativi dei singoli nonché la sostanza filosofica della loro pratica creativa.

    La scelta di esporre alla Galleria Gallerati di Roma è dovuta proprio al fondamento stesso del progetto espositivo, cioè la volontà di collaborare nell’ambito di un’iniziativa i cui scopi culturali e artistici sono profondamente condivisi da tutte le realtà in campo: autori, curatori, gallerista. Il rispetto tra i soggetti in questione va di pari passo con l’interesse e la stima per il lavoro svolto dalla galleria nella promozione della fotografia contemporanea e dell’arte in generale. Pur se giovane, Galleria Gallerati si è chiaramente distinta per una costante sensibilità nei confronti della fotografia e degli autori che vi hanno esposto: grazie a mostre che hanno dato spazio e adeguata divulgazione a un ramo dell’arte contemporanea ancora solo parzialmente riconosciuto dalla mentalità del pubblico nel suo status di autonomo medium artistico.
    Ecco dunque che, all’interno di questa spinta collaborativa, tre curatori decidono di unirsi e di lavorare a stretto contatto. L’esperienza del singolo si mette in gioco per dare e ricevere, per crescere confrontandosi con altre figure che sulla curatela hanno impostato la propria ricerca e il proprio lavoro.

    © Maurizio G. De Bonis, Carlo Gallerati, Valentina Trisolino, 2011

     Orith YOUDOVICH. 06. FUORI 4 (in italian and english)Orith YOUDOVICH. 06. FUORI 4 di di by par by Carlo Gallerati
  • Available in English Italian (Original text)

    Luoghi, nelle fotografie di Orith Youdovich. Ma sono un pretesto: stanno sulla carta per fare da sponda a rappresentazioni altre, distanti, non convenzionali e drammaticamente invisibili. «Così era questo posto quando mi ci sono trovata davanti – ci informa l’autrice – e così ero io quando lui si è trovato davanti a me». Ma i modi in cui erano i due nel preciso istante dell’incontro sono solo l’inizio. L’aspetto vedibile di qualsiasi elemento non ha valore cogente che entro i limiti dell’attimo: strettissimi nello scorrere dell’esistenza, eppure dilatati nella fissità di un fotogramma. Sebbene prodigiosa, tuttavia, l’espansione del momento concessa dalla fotografia non basta mai a sciogliere il dilemma sull’addomesticabilità del tempo: il sollievo avvertito dall’osservatore è ogni volta pericolosamente simile e prossimo al brivido di una vertigine: la medesima che si proverebbe in una stanza con due specchi su pareti contrapposte.

    La scelta, nel processo creativo di Youdovich, sembra muovere da una sorta di fluida inconsapevolezza: la relazione col soggetto è paritaria. Lo sdoppiamento iniziale significa trovarsi a vicenda senza essersi cercati. Lei non esegue serie di vedute programmandone a priori il dove e il perché, né cataloga i risultati ottenuti associando alle immagini titoli o didascalie. Intuisce, piuttosto: si lascia folgorare dall’imprevisto anonimato di strade periferiche, dalla vaghezza di spiagge deserte, dal quasi nulla di spazi dimenticati o semplicemente ignorati. E quando la pulsione dell’invaghimento sensoriale la sospinge al culmine di un reciproco guardarsi, passa all’azione. Non scattare fino a che la scena sia al sicuro dall’insidia di trite sovrastrutture di maniera è la norma chiave di una disciplina d’autocontrollo che entra in gioco e difficilmente la abbandona. Le invisibili rappresentazioni suscitate dalle campiture perlopiù monocrome sono allora ipotesi elaborate dal subconscio circa mutazioni della forma in ciascuno degli istanti che da quell’unico preferito si dipanano, all’indietro o in avanti. L’esteriorità atteggiata a concetto è energia visionaria che salva da ogni sterile presunzione di coerenza. Nessun luogo e nessuno stato d’animo sono uguali a loro stessi: solamente, nel tempo, può capitare che gli uni incrocino gli altri, come per inattesa rivelazione di un’affinità elettiva. Su questo Orith Youdovich riaccende il nostro pensare; e lo fa da artista autentica e sottilissima: parlando di se stessa, ma a nome di chiunque.

    © Carlo Gallerati – Dicembre 2010
    Catalogo della mostra 06. FUORI 4, pp. 42-43

    You see places in Orith Youdovich’s photos. But they are just an excuse: they are on paper to reflect other distant, unconventional and dramatically invisible representations. «That’s how this place appeared to me when I found myself there – says the artist – and that’s how I felt when it found itself in front of me». But how they were in the precise instant of their meeting it’s only the beginning. The visible appearance of every element has its value only in the twinkling of the eye: fast as the run of the existence, but dilated in the fixity of a photogram. Although the expansion of a moment given by photography is prodigious, it can’t solve the dilemma of how to domesticate time: the delight felt by the observer is every time dangerously similar and close to the shiver of a vertigo, the same feeling that we can get in a room standing between two facing mirrors.

    In Orith Youdovich’s artistic process, the choice seems to move from a sort of fluid unconsciousness: the relation between the artist and the represented object is even. The initial splitting means to find each other without seeking. She never creates a series of photographs by planning in advance, nor does she use to catalogue the results by giving them titles and captions. She rather senses: she is dazzled by the unexpected anonymity of peripheral streets, by the vagueness of desert beaches, by the void of forgotten or ignored spaces. Only when the urge of a sensorial love drives her to the top of a reciprocal gaze, she moves into action. Do not shoot until the scene is safe from the snare of hackneyed mannered superstructures, that’s the key rule of her own self-control discipline that she hardly loses. The invisible representations caused by mainly monochrome lines, are just hypothesis of the subconscious on the mutations of the form that arise – backwards and forwards – since the first favorite instant. The outward appearance posed as concept is visionary energy that dispels any sterile presumption of coherence. Every place and every state of mind are never the same: with time they can eventually meet, as an unexpected revelation of elective affinity. Orith Youdovich makes us think about this, as only an authentic and very subtle artist can do: speaking of herself, but in the name of everyone.

    © Carlo Gallerati - December 2010
    Catalogue of the exhibition 06. FUORI 4, pp. 23-24

     COME DEVO VIVERE. Dialoghi visivi con il cinema di Michelangelo Antonioni. Fotografie di Orith Youdovich di di by par by Alfredo Covino e Maurizio G. De Bonis
  • Italian (Original text)

    Da diversi anni Orith Youdovich si confronta con il mondo in un continuo processo di analisi del rapporto tra visione soggettiva e paesaggio. Nell’ambito di questa ricerca, la fotografa ha individuato nella condizione di crisi esistenziale soggettiva e nel decadimento della relazione tra individuo e società i due elementi di sofferenza della realtà sociale. Il paesaggio diviene, così, non solo contenitore di questo disagio ma anche vero e proprio personaggio della rappresentazione della crisi sia individuale che collettiva.
    Era dunque inevitabile che, effettuando questo suo percorso autonomo, Orith Youdovich incontrasse l’opera filmica e la poetica di Michelangelo Antonioni, cineasta che con incessante determinazione affrontò le questioni relative alla psicologia umana, all’incomunicabiltà, alla devastante crisi dei rapporti interpersonali.

    Come devo vivere è dunque un’esperienza visiva composta da trenta immagini fotografiche di diverso formato che rappresentano l’incontro, sia a livello tematico che espressivo, tra la visione dolorosa, quanto rigorosa, di Orith Youdovich e la lucida  analisi dell’universo umano effettuata da Michelangelo Antonioni.
    Il paesaggio diviene in Come devo vivere luogo “altro” della riflessione sull’esistenza, spazio psicologico, ambiente privo di vacue tendenze estetizzanti, apertura verso l’abisso straniante che caratterizza la relazione tra individuo e mondo.
    Nel suo personale inoltrarsi nel dialogo visivo con il cinema di Michelangelo Antonioni, Orith Youdovich non si ferma alla mera raffigurazione dei luoghi-simbolo del cineasta ferrarese (Il Po e la pianura padana, il deserto, la città, il mare) né a uno sterile e prevedibile omaggio; il suo lavoro procede spinto da una necessità interiore che la costringe ad abbandonarsi al flusso della sua stessa riflessione, un inabissarsi nella sostanza dell’esistenza umana che porta il fruitore ad andare oltre il visibile. Le sue immagini evocano un forte senso di straniamento che non genera indicazioni, significati. Non è riscontrabile un’impostazione narrativa para-letteraria o pseudo-cinematografica. Ogni inquadratura appare basata su una sua forza/fragilità autonoma che spinge chi guarda a confrontarsi con il proprio universo interiore senza l’ausilio di riferimenti didascalici.

    Lo sguardo di Orith Youdovich non pone in essere i codici della fotografia di paesaggio, non mette in atto alcuna forzatura, non estremizza la composizione dell’inquadratura perché non la cerca.
    Orith Youdovich si fa macchina-recettore percorrrendo lo spazio grazie a meccanismi indagatori ribaltati. È il paesaggio che indaga il suo sguardo, che si propone manifestandosi come veicolo di un vuoto che allude all’indecifrabilità dei sentimenti e dei comportamenti umani.
    Il suo gesto fotografico si configura come “atto normale”, cioè come risultato di una relazione con i luoghi totalmente estranea a un approccio di tipo documentario e/o realistico. Nel suo processo creativo le immagini corrispondono ad altrettanti punti di vista che fanno emergere l’impossibilità di raffigurare oggettivamente il mondo e il conseguente, inevitabile, contemporaneo spiazzamento dell’artista e del fruitore. Così, gli ambienti naturalistici e urbani riconducono direttamente alla sensibilità/sincerità dell’autrice, al suo lavorìo interiore, in un processo espressivo in continuo divenire e privo di elementi rassicuranti.

    © Alfredo Covino, Maurizio G. De Bonis – Novembre 2010

     

     Some Thoughts after Orith’s Exhibition “Come devo vivere” (in hebrew) by di by par by Moran Godess
  • Hebrew (Original text)

    נקודות למחשבה בעקבות התערוכה של אורית “Come devo vivere”
    מאת מורן גודס

    :הצפייה בתערוכה העלתה בי מספר רעיונות, החלטתי להציגם כאן בסדר אסוציאטיבי הן על מנת להתחקות אחר חוויית הצפייה הפרטית שלי והן על מנת להותירם פתוחים כנקודות אפשריות למחשבה

    Come devo vivere

    כותרת התערוכה עוררה בי באופן מיידי את שלושת השאלות המפורסמות ששאל עמנואל קאנט בתחילת הביקורת הראשונה שלו ביקורת התבונה הטהורה והן: 1. מה אני יכול/ה לדעת? 2. מה עליי לעשות? 3. למה אני יכול/ה לקוות?. קאנט טען כי אלו השאלות שמרכיבות את הדבר הזה שנקרא אדם. כותרת התערוכה התחברה לי לשאלה השנייה שמהווה את השאלה המוסרית עבור קאנט. הייתי מתרגמת אותה כך: “כיצד עליי לחיות”. הדבר המעניין הוא כי הכותרת לא מובעת כשאלה, היינו: אין סימן שאלה בסופה וכתוצאה מכך, היא נתפסת כמחשבה המלווה פעולה, או כמחשבה המלווה את פרקטיקת החיים, לצורך העניין. החשיבות המוסרית, בעיניי, טמונה בדיוק בהתחבטות החוזרת ונשנית במחשבה הזו של “איך עליי לחיות” כפעילות אשר בודקת ומבקרת חזור ובדוק את המציאות היומיומית. אולי טמונה כאן אמירה על אמנות הצילום כפרקטיקה מוסרית שאמורה לבקר, או לכל הפחות להציב מראה בפני המציאות. ראה בהקשר זה את הציטוט המפורסם של דורותיאה לאנג: “מצלמה היא כלי שמלמד אנשים איך לראות ללא מצלמה”.

    Sur-face/Sur-back

    - הצילומים עם דמותה של אורית מהגב העלו בי את ההבחנה בין “פני השטח” אל מול מה שאני מכנה כ”גב השטח”; פני-השטח, כשמם, מצביעים על הפנים כדבר-מה מיידי וגלוי. הם הרמה החשופה והקדמית ביותר של הדברים. הם הדבר שעמו אנו באים במגע. לעומת זאת הגב, מהווה את מה שנותר תמיד חסום עבור שדה הראייה שלנו, גם כאשר רואים אותו הוא תמיד מסתיר (אני נזכרת, בהקשר זה, בשיר ילדים ידוע של יונתן גפן מתוך ה”כבש השישה עשר”: “מי שמביט מי מאחור לא יודע מי אני”. הצילומים של אורית אפשרו לי כצופה, במקום לראות את “פני השטח”, למעשה לראות את ה”גב” שלו, או את הלא מודע שלו, אם נרצה. היינו: דרך הצפייה בגב של אורית, חוויתי את “גב-השטח” – את אותו הדבר שמראה אבל נשאר סתום. חוויה זו נשארה גם בצילומים בהם דמותה של אורית לא מופיעה, כך ככל שהצילום היה יותר היפר-ראליסטי מבחינת איכותו ותפיסתו את הטבע, בד בבד הייתה תחושה כי הוא לא מצליח להתפענח ולהיות ממוצה עד תום. כתוצאה מכך, היה משהו בצילומים שהעביר ממד של המשכיות, של דבר-מה שלא נגמר

    זמן – אם הייתי רואה את הצילומים בספר מבלי לדעת מתי הם נעשו, בקלות הייתי יכולה לשייך אותם כמעט לכל תקופה החל משנות ה-50 ועד היום. בהתאמה, התחושה שהצילומים עוררו בי, הייתה מחד של זיכרון או היזכרות, של נוסטלגיה ויחד עם זאת של אפשרות, כלומר: של משהו שעוד לא נחווה. התחושה הזו נבעה, בעיניי, מהיותם של הצילומים מעוגנים במקום ספציפי, בעל מטען והיסטוריה  מחד ומאידך מהיותם מעבירים תחושה של תלישות, נטישה, בדידות ומסתורין. קצת כמו להיכנס לתוך מצב נפש

    חלל – דווקא העדר מראי המקום ואפילו שזיהיתי את הצילומים שנוצרו בתל-אביב או בנגב (אך ורק בגלל ידע קודם), הפרטיקולאריות של המקומות המצולמים הצליחה להיות מופקעת מעצמה והפכה למעשה לבלתי רלבנטית. הדבר שגרם לכך, לדעתי, הוא חוסר מוקד אחד מרכזי בצילומים כדבר שהעין רגילה להיאחז בו וכפועל יוצא נוצר אלמנט של תנועה בצילום, היינו: העין לא נחה או מתמקדת בדבר אחד, אלא ניתן לומר כי היא “משוטטת” בתוך הצילום בניסיונותיה החוזרים ונשנים להקיף את כולו. חוסר הנחת של העין יצר מצב צפייה אקטיבי, ביקורתי ובוחן שפתח עוד ועוד אפשרויות לתפוס את החלל הנתון. בפתיחה זו של אפשרויות, וכאן אני חוזרת שוב לקאנט, למעשה הצליחה אורית לייצר את מה שקאנט כינה בביקורת כוח השיפוט בשם “הנאה אסתטית”

    מילה אישית – אני רוצה להודות לאורית על האפשרות לחוות את כל זאת. אומרים שהעין מצליחה לקלוט רגשות ולא מחשבות, נראה לי שהתערוכה הזו הצליחה לגרום לעין להתעלות על עצמה ולפעול בשתי החזיתות

    2010 , מורן גודס  ©

     MONDI MEDITERRANEI. Paesaggi in cerca d’autore. Fotografie di Orith Youdovich (in italian and french)Mondes méditerranés (paysages en quête d'auteur) di di by par by m.g.d.b.
  • Available in French Italian (Original text)

    Il lavoro fotografico di Orith Youdovich è basato su alcune precise coordinate teoriche ed espressive che determinano una griglia visuale capace di generare nel fruitore una condizione di stranianemto rispetto al concetto di raffigurazione del reale.
    Ciò che guida lo sguardo di Orith Youdovich è il nesso estetico, inteso come legame esistente tra percezione sensibile e sfera interiore e non come volontà di esprimere il bello, tra urgenza creativa del fotografo e capacità di entrare in comunicazione con il mondo.

    Per tale motivo, le inquadrature della fotografa israeliana comunicano sempre dei sottotesti che dirottano il pensiero di chi guarda verso orizzonti che nulla hanno a che fare con la banale raffigurazione della realtà. Questo meccanismo rappresenta il cuore della poetica di Orith Youdovich, la quale opera nella fotografia in senso strettamente filosofico, articolando il linguaggio visivo in modo diretto ma non convenzionale.

    La sua visione del mondo non scaturisce dal gesto meccanico dello scatto, né dal guardare l’esistenza fermandosi alla superficie, ma dalla riflessione sulla natura più segreta del vedere, mai considerata come semplice attività in grado di replicare la realtà. In tal senso, le immagini di Orith Youdovich sono fortemente allusive, sono cioè metafore visuali di un percorso introspettivo che partendo dall’apparentemente banale raffigurazione del mondo arrivano a sviscerare, sotto forma paesaggistica, l’interconnessione tra l’autrice e l’indecifrabilità dell’esistenza. Il nucleo della poetica di Orith Youdovich non è però solo attraversato da riflessioni concettuali autoreferenziali. Le sue opere esprimono anche un vissuto che emerge attraverso i segni della realtà circostante e che riguarda problematiche individuali che sono, di fatto, anche questioni collettive.

    I paesaggi urbani, gli spazi indistinti dove tutto potrebbe accadere, la composta presenza della natura, i segni della presenza/assenza umana delineano un’idea della fotografia come procedimento di analisi dell’impossibilità di decifrare in maniera definitiva il senso dell’esistenza e del sostanziale smarrimento degli esseri umani nell’ambito del loro percorso esistenziale, smarrimento provocato dalla malattia, dalla solitudine, dalla sofferenza. Gli ambienti che caratterizzano la vita quotidiana sono inoltre contenitori di un enigma che inducono l’autrice a interrogarsi anche sulla propria esperienza artistica.

    Le opere di Orith Youdovich non esprimono certezze, ma aprono ampi squarci nel complesso sistema di censura generato dalle sovrastrutture culturali e dalle convenzioni umane, anche in campo artistico. Per questo motivo il suo lavoro può essere considerato come un procedimento di sovversione, teso non solo a smentire lo stereotipo del fotografo costruttore/duplicatore di realtà ma anche a scardinare i meccanismi borghesi di fruizione dell’opera d’arte. Chi guarda una sua fotografia, in sostanza, può (ri)costruisce il proprio mondo, riconoscere i proprio dolori, grazie a un processo di democratizzazione nell’ambito del quale cui autore e osservatore entrano in stretta e profonda correlazione.

    © m.g.d.b., 2009

     

    Le travail photographique de Orith Youdovich est basé sur certaines coordonnées théoriques précises et expressives qui déterminent une grille visuelle capable de générer dans l’observateur une condition d’aliénation par rapport au concept de représentation du réel. Ce qui guide son regard est la relation esthétique, considérée comme le lien existant entre la perception sensible et la sphère intérieure et non pas la volonté d’exprimer le beau, entre l’urgence créative du photographe et la capacité d’entrer en communication avec le monde. Pour cette raison, les cadrages de la photographe communiquent toujours des sous-textes qui détournent la pensée de celui qui regarde vers des horizons qui n’ont rien à voir avec la représentation banale de la réalité. Ce mécanisme représente le coeur de la poétique de Orith Youdovich, laquelle opère dans la photographie de façon strictement philosophique, articulant le langage visuel de manière directe mais non conventionnelle.

    Sa vision du monde ne provient pas du geste mécanique du déclic ni de l’observation superficielle de l’existence, mais de la réflexion sur la nature plus secrète de la vision, jamais considérée comme simple activité en mesure de répliquer la réalité. En ce sens, les images de Orith Youdovich sont fortement allusionnelles. Elles sont des métaphores visuelles d’un parcours introspectif. Ces métaphores, émergeant de l’apparente représentation banale du monde, parviennent à éviscérer, sous forme de paysage, la connexion entre l’auteur et l’indéchiffrabilité de l’existence.

    Le noyau de la poétique de Orith Youdovich n’est pas seulement traversé de réflexions de concepts auto-référenciels. Ses oeuvres expriment aussi un vécu qui émerge à travers des signes de la réalité environnante et qui correspondent à des problématiques individuelles qui sont en fait aussi des questions collectives. Les paysages urbains, les espaces non distincts où tout pourrait arriver, la présence harmonieuse de la nature, les signes de la présence/absence humaine, forment une idée de la photographie comme procédure d’analyse de l’impossibilité de déchiffrer de manière définitive le sens de l’existence et du désarrois substantiel des êtres humains provoqué par la maladie, la solitude et la souffrance.

    Les lieux énigmatiques qui caractérisent la vie quotidienne conduisent l’auteur à s’interroger également sur sa propre expérience artistique. Le oeuvres de Orith Youdovich n’expriment pas de certitude, mais ouvrent d’amples éclaircies dans le système complexe de la censure, généré par les superstructures culturelles et par les conventions humaines, également dans le domaine artistique. Pour cette raison son travail peut être considéré comme un processus de subversion, visant non seulement à démentir le stéréotype du photographe bâtisseur/copieur de réalité mais aussi à démolir les mécanismes bourgeois sur l’utilisation de l’oeuvre d’art.

    Qui regarde une de ses photos, peut pratiquement reconstruire son propre univers, reconnaitre ses propres douleurs, grâce à un processus de démocratisation dans lequel l’auteur et l’observateur entrent en relation étroite et profonde intimité.

    © m.g.d.b., 2009

    (Traduction: Françoise Jolly)